Incendi in Italia: la stagione del fuoco

Nelle ultime settimane comuni e regioni hanno diramato lo stato di allerta per caldo estremo. E tra non molto sarà anche il turno, come ogni anno, degli incendi. Solo l’anno scorso, in estate paesi europei come Spagna, Portogallo e Italia sono stati colpiti da fenomeni di questo tipo. Il nostro Paese, ad esempio, ha raggiunto un totale di 965 km2 bruciati, circa il doppio del 2024.

Sul podio Sicilia, Calabria, Puglia e Campania, che da sole concentrano l’85% della superficie forestale nazionale percorsa dal fuoco. Il problema è che quasi tre quarti delle aree percorse dal fuoco ricade all’interno di aree protette o ecosistemi forestali appartenenti al patrimonio naturale tutelato. In parole povere, parliamo di habitat ad elevato valore di biodiversità, la cui perdita ci interessa da vicino.

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Superficie percorsa dal fuoco (in ettari o ha) per regione. Le aree più colpite (>100mila ha) si concentrano a Sud e nelle isole maggiori.
Fonte: ISPRA 2025

Il legame tra salute e incendi

Più incendi significano maggiori emissioni di sostanze come particolato fine (PM2.5) e ossidi di azoto, composti organici volatili e altri contaminanti che possono essere trasportati dal vento per centinaia o migliaia di chilometri. L’esposizione a questi inquinanti è associata a un aumento di crisi asmatiche, broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), infarto, ictus, tumore del polmone e mortalità cardiovascolare.

Alcuni numeri

Secondo uno studio della Monash University (Melbourne, Australia) tra il 2000 e il 2019 solo in Europa il fumo degli incendi boschivi ha provocato 111.000 morti all’anno, Russia inclusa. Un dato che, purtroppo, non stupisce, se si guarda mortalità media dovuta all’inquinamento da particolato, pari a 4,2 milioni di morti premature in tutto il mondo (Organizzazione mondiale della sanità, 2019), dovute a cardiopatia ischemica (13,25%), ictus (10,68%), broncopneumopatia cronica ostruttiva (5%), infezioni delle basse vie respiratorie (3,22%), patologie neonatali (2,7%), tumore di trachea, bronchi e polmoni (2,97%) e diabete mellito (2,44%).

Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (EEA), nel 2023 il rispetto dei livelli di qualità dell’aria raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) avrebbe potuto prevenire 182.000 morti attribuibili all’esposizione al particolato fine (PM2.5), 63.000 all’ozono (O₃) e 34.000 al biossido di azoto (NO₂).

Tra roghi e illegalità

Come sempre, la colpa non è solo del caldo “naturale”, che ormai sembra non esistere più. Ci troviamo ad affrontare di anno in anno temperature sempre più proibitive. Una delle cause principali è il riscaldamento globale (vale a dire l’accelerazione dei cambiamenti climatici antropici a favore di temperature più calde). E tra i principali fattori ci sono aspetti come l’uso (ancora) massimo di combustibili fossili e gli allevamenti intensivi. Anche in questo caso, gli incendi “naturali” non superano quelli dolosi, così come denunce e arresti non sono paragonabili al numero di eventi. Per esempio, secondo Legambiente nel 2024 sono stati registrati 3.239 reati legati agli incendi (-12,2% rispetto al 2023), con 469 denunce e solo 12 arresti. Tuttavia, sono aumentati i controlli (41.144 contro 39.319) e i sequestri sono passati da 69 a 103. I procedimenti giudiziari restano però scarsi, con una denuncia ogni 6 incendi in Lazio e perfino ogni 32 in Sicilia. Gli illeciti amministrativi hanno mostrato esiti più positivi, con 2.700 infrazioni accertate e 2.789 sanzioni, per un valore di 1.619.968 di euro (circa il 20% in meno rispetto al 2023).

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Andamento degli incendi boschivi in Italia tra il 2006 e il 2025. Le barre rosse indicano la superficie totale bruciata, mentre la linea blu rappresenta il numero di incendi. Gli anni 2007, 2017, 2021, 2023 restano quelli più devastanti, con quasi 5.410 km² bruciati. Il 2025 si aggiunge a questa serie, con oltre 80mila ha andati in fumo.
Fonte: European Forest Fire Information System

In Europa non va meglio

L’anno scorso, in questo periodo, in Europa sono andati in fumo quasi un milione di ettari (ha), emettendo quasi 40 milioni di tonnellate di CO2: l’equivalente delle emissioni annuali del Portogallo o della Svezia. Anche qui, gli incendi forestali, tra gli ecosistemi più vulnerabili, sono riconducibili al 4% circa per cause naturali – in Italia per l’1% – e al 96% per cause antropiche (eventi accidentali e dolosi). Inoltre, la cosiddetta “macchia mediterranea” in molte nazioni dell’Europa meridionale non è di aiuto, con la prevalenza di vegetazione e specie arboree di sempreverdi, tra le più suscettibili agli effetti degli incendi. A preoccupare sempre di più sono anche i cosiddetti “incendi di interfaccia”, che interessano le zone di confine tra i sistemi rurali (e/o boschivi) e quelli antropizzati, come si legge nell’ultimo rapporto dell’ISPRA Ecosistemi e incendi boschivi in Italia. Pensiamo alla Sardegna: nel 2021 interi comuni sono stati devastati, mentre nel 2022 un vasto incendio alle porte di Trieste ha isolato per ore la città. E nel 2024 circa 646 ettari nel comune di Roma sono stati percorsi da grandi incendi boschivi (superiori a 1ha) in un centinaio di eventi.

Non è solo colpa dei piromani

Il cambiamento climatico sta modificando profondamente il regime degli incendi. Temperature più elevate, periodi di siccità sempre più lunghi, alterazioni delle precipitazioni e fenomeni climatici come El Niño-Southern (ENSO), rendono la vegetazione più secca e infiammabile, favorendo la propagazione delle fiamme. Per contrastare questo fenomeno, la ricerca punta su nuove tecnologie di monitoraggio e prevenzione, dai satelliti agli algoritmi di intelligenza artificiale fino ai simulatori in realtà virtuale utilizzati per addestrare gli operatori antincendio. Anche la natura può offrire soluzioni: specie come la quercia da sughero, in grado di rigenerarsi dopo il passaggio del fuoco, rappresentano valide alleate per rendere gli ecosistemi più resistenti agli incendi. Ci sono perfino piante come il citiso villoso (Cytisus villosus) che proliferano in presenza di questi eventi.

Per ora il 2025 entra di diritto tra gli anni più drammatici dell’ultimo ventennio. La speranza è che resti un’eccezione, ma la tendenza raccontata dai dati suggerisce prudenza. Staremo a vedere cosa ci riserverà il 2026.

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