Prima il caso della naturopata in ospedale, poi reintegro dei medici radiati

“Crediamo che la scienza debba essere il punto di riferimento della nostra società. E crediamo anche che la professione non possa fare a meno di garantire la salute ai cittadini proprio per mezzo delle evidenze scientifiche. Per questo ci permettiamo di fare un appello al Parlamento perché riveda quella norma, perché ancora una volta lo Stato ribadisca che la scienza è il punto di riferimento anche per quanto riguarda la salute dei cittadini”.

Filippo Anelli, Presidente FNOMCeO

Nel giro di un paio di mesi due vicende hanno acceso il dibattito pubblico sulla sanità italiana. Da una parte, la collaborazione tra il Policlinico di Catania e una naturopata, criticata da parte della comunità scientifica e conclusasi con la revoca dell’incarico. Dall’altra, l’approvazione in Commissione Affari sociali della Camera di un emendamento che consentirebbe ad alcuni medici radiati durante la pandemia da Covid-19 di chiedere una nuova iscrizione all’Ordine.

La prima, riguarda il confine tra pratiche prive di solide evidenze scientifiche e medicina basata sulle prove. La seconda solleva interrogativi sul ruolo degli Ordini professionali, sull’autonomia disciplinare della professione medica e sul rapporto tra politica e istituzioni sanitarie.

Due storie molto diverse tra loro, ma convergono verso una stessa domanda.

Chi tutela oggi il metodo scientifico?
Prima il caso della naturopata in ospedale, poi reintegro dei medici radiati
Immagine AI-generated

Nel caso del Policlinico di Catania, il dibattito si è concentrato sull’opportunità che un ospedale universitario collabori con una professionista il cui curriculum comprende pratiche considerate da molti prive di adeguato supporto scientifico. Per il CICAP (acronimo di Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze) e altri esponenti della comunità scientifica, il rischio è quello di attribuire una legittimazione istituzionale a discipline non validate secondo i criteri della medicina basata sulle evidenze.

Nel caso dell’emendamento sul reintegro dei medici radiati, invece, la questione riguarda il ruolo degli Ordini professionali. Secondo la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (FNOMCeO), intervenire per legge sugli effetti di una radiazione disciplinare rischia di indebolire l’autonomia dell’Ordine e il valore del Codice deontologico, fondato sul rispetto delle evidenze scientifiche e sulla tutela dei pazienti.

Sono questioni diverse, ma entrambe chiamano in causa un elemento fondamentale: la fiducia nella scienza e nelle istituzioni che la rappresentano.

Questi episodi, però, non possono essere letti come casi isolati

Ci troviamo in una fase storica di profonde trasformazioni. Negli Stati Uniti entro il 2027 è prevista l’apertura della prima clinica che integrerà robotica e IA nell’intero percorso della procreazione medicalmente assistita (PMA), mentre il dibattito bioetico si intensifica, come dimostrano le recenti discussioni attorno alla legge sul fine vita appena approvata in Francia. È l’era dell’Intelligenza Artificiale (IA), tecnologia uscita dal mondo dell’informativa, che investe ormai ogni settore della società. Dal mondo del lavoro a quello dell’industria, fino a quello militare, dove si parla di un possibile impiego in guerra, con le relative implicazioni etiche, politiche e sociali che ne conseguirebbero. D’altronde, come afferma Andrea Lavazza, professore di Filosofia morale all’Università Telematica Pegaso e di Neuroetica presso l’Università degli Studi di Milano, «i sistemi di IA sono per loro natura multiscopo: non li si può vincolare sin dall’inizio ad un’applicazione specifica. Questo fa sì che anche quelli nati con le migliori intenzioni possano essere piegati a usi bellici, il che complica la regolamentazione».
E l’esempio più recente è il programma Claude Mythos di Anthropic, rivelatosi ben presto «un potentissimo strumento di offesa, che individua i buchi dove colpire un avversario», ma privarcene implicherebbe rinunciare anche a un’applicazione cruciale per la cybersicurezza.

Ma non finisce qui.

È il periodo delle grandi crisi, dalle guerre al cambiamento climatico, sempre più riconosciuto (finalmente!) una vera e propria emergenze sanitaria. Se caliamo il discorso nel contesto nazionale, queste sfide si intrecciano con le difficoltà del Servizio sanitario nazionale: carenza di personale, una riduzione degli studi clinici liste d’attesa sempre più lunghe e un ricorso crescente alla sanità privata da parte dei cittadini. Senza dimenticare il caso del Most Favored Nation (MFN), il meccanismo con cui gli Stati Uniti intendono agganciare il prezzo dei farmaci rimborsati ai prezzi più bassi praticati in altri Paesi, tra cui l’Italia. Una strategia pensata per contenere la spesa sanitaria americana che, secondo gli esperti, potrebbe però avere ripercussioni anche sui sistemi sanitari europei, dall’accesso ai farmaci ai prezzi negoziati fino agli investimenti dell’industria farmaceutica. Il fenomeno potrebbe avere ripercussioni dirette anche sull’accesso alle cure, con il rischio che si amplifichino i tempi medi di accesso, già superiori ai due anni in Europa (ne ho parlato qui).

L’indagine Censis

Il dibattito sui medici radiati e sul loro possibile reintegro riporta al centro una questione più ampia: di chi si fidano oggi gli italiani quando si parla di salute? Una risposta arriva dall’indagine del Censis “Gli italiani, l’IA e la salute: percezioni, comportamenti e differenze di genere”.

Lo studio mostra come il 63,1% degli italiani abbia già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale e circa nove persone su dieci li considerino utili e facili da usare. Tuttavia, solo il 18% dichiara di avere piena fiducia nelle risposte generate dall’IA, mentre oltre la metà degli intervistati ritiene che possano favorire la diffusione di informazioni poco affidabili e fake news, richiamando il fenomeno dell’infodemia emerso durante la pandemia.

Nonostante la rapida diffusione di queste tecnologie, il punto di riferimento per l’informazione sanitaria continua a essere il personale medico. Circa il 90% degli italiani considera medici e professionisti sanitari la fonte più autorevole in materia di salute, mentre oltre tre quarti della popolazione ritiene che gli algoritmi non potranno sostituire la relazione medico-paziente.

Questi dati mostrano come il rapporto tra scienza e società non dipenda soltanto dall’innovazione tecnologica, ma anche dalla qualità della comunicazione scientifica e dalla fiducia nelle istituzioni sanitarie.

Il rapporto tra scienza e società: un equilibrio da costruire

Il caso del Policlinico di Catania, il dibattito sui medici radiati, l’intelligenza artificiale applicata alla medicina e la recente approvazione della legge sul fine vita in Francia sono solo alcuni dei temi che riportano al centro una riflessione sempre più attuale: quale rapporto dovrebbe esistere tra scienza, politica e società?

Il sociologo e filosofo Bruno Latour sosteneva che questi tre ambiti non fossero realtà separate, ma profondamente intrecciate. La pandemia di Covid-19 ne è stata forse l’esempio più evidente: la ricerca scientifica ha sviluppato vaccini in tempi record, la politica ha dovuto trasformare le evidenze disponibili in decisioni pubbliche e la società si è confrontata con temi come fiducia, rischio, libertà individuali e responsabilità collettiva. Tre dimensioni diverse, ma strettamente interdipendenti.

In un’epoca in cui innovazione tecnologica, politica e salute pubblica sono sempre più intrecciate, la questione non è stabilire se scienza e società debbano dialogare — perché lo hanno sempre fatto — ma come garantire che questo dialogo continui a fondarsi sul metodo scientifico, sulla qualità delle evidenze e su istituzioni capaci di tutelarne l’integrità. E il dibattito di questi giorni sui medici radiati dimostra quanto questo equilibrio sia oggi al centro della sanità italiana.

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