Microplastiche nel corpo umano: allarme fondato?

Le microplastiche sono state trovate ovunque. Nell’aria, nell’acqua, negli alimenti e perfino nel corpo umano. A partire dal primo articolo, pubblicato nel 2004, che coniò per la prima volta il termine “microplastica” è stato tutto un fiorire di ricerche in questo settore. Tuttavia, qualche settimana fa la pubblicazione di un articolo sul Guardian, che ha analizzato le criticità degli studi condotti sino ad oggi, ha messo in crisi dati e aspetti dati per scontato fino ad ora. Fino a che punto allora preoccuparsi dell’impatto delle microplastiche sulla salute e qual è il reale stato dell’arte della ricerca? Ad oggi si può parlare di “rischio sanitario”?

Cosa sono le microplastiche

Si tratta di particelle derivate dalla degradazione dei rifiuti di plastica, di dimensioni inferiori 5 mm. Tuttavia, possono diventare ancora più piccole nel caso delle nanoplastiche – inferiori a 0,1 µm, circa 70 volte più piccole di un capello, grande circa 70 µm. L’esposizione umana può avvenire principalmente attraverso tre vie: inalazione, ingestione e contatto con la pelle. Stando alle evidenze, una volta entrate nell’organismo, queste sostanze possono andare incontro ad accumulo e portare a tutta una serie di problemi, come alterazioni cardiovascolari e stress ossidativo, fino a fungere da interferenti endocrini per la presenza di additivi come il bisfenolo A (BPA) e ftalati.

Il paradosso dell’innovazione

Quando si parla di plastica, si dimentica quasi sempre che è stata una grande innovazione, dalla medicina all’efficienza energetica. La plastica ha infatti ha ridotto il rischio di infezioni, rendendo possibili invenzioni come siringhe monouso, guanti, cateteri. Il primo “esemplare” prese forma nella seconda metà dell’800, quando il biliardo divenne popolare e nacque la necessità di produrre più palle, che all’epoca erano realizzate in avorio, ricavato soprattutto dalle zanne di elefante. Quando il chimico statunitense, John Wesley Hyatt, brevettò la celluloide – l’antesignano della plastica moderna – riscosse subito grande successo per via della sua straordinaria resistenza agli urti.

Quando la plastica è diventata pericolosa?

Il problema principale della plastica è legato allo smaltimento e ai tempi di degradazione. Nel mondo, infatti, solo il 9% della plastica viene riciclato, oltre il 70% finisce in discarica. Il tempo di degradazione va da 58 a 250 anni per le bottiglie a migliaia di anni per i tubi in HDPE. Il motivo principale è perché il 58% della plastica viene ottenuto da fonti petrolchimiche (non rinnovabili), possiede specifiche proprietà chimico-fisiche come resistenza e permeabilità e subisce ulteriori trattamenti per prolungarne la vita lavorativa.

microplastiche
Fonte: Global Plastics Outlook Economic Drivers, Environmental Impacts and Policy Options, OCSE, 2022.

Perché quello che sappiamo potrebbe non bastare

Il primo aspetto da considerare è che secondo i principali enti a livello mondiale ed europeo, come la World Health Organization (WHO) e l’European Environment Agency, non si può ancora stabilire un nesso causale tra microplastiche ed effetti clinici specifici, perché la maggior parte degli studi è in vitro o su modelli animali. Secondo il Rapporto Dietary and inhalation exposure to nano- and microplastic particles and potential implications for human health della WHO, uno dei limiti principali riguarda la mancanza di una definizione armonizzata tra i principali enti mondiali per valutare i potenziali effetti dell’esposizione ambientale e umana a causa di:

  • composizione,
  • forma,
  • dimensioni.
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Fonte: Dietary and inhalation exposure to nano- and microplastic particles and potential implications for human health, WHO, 2022.

Il destino imprevedibile delle microplastiche nell’organismo

Qual è il destino delle microplastiche nel nostro organismo? Pensiamo alle vie di esposizione: come li “digerisce” il nostro intestino? Come le espellono i nostri polmoni? E come interagiscono con le molecole biologiche? La vera risposta a questa domanda oggi non esiste ancora perché non ci sono informazioni sufficienti per valutare la biodistribuzione (assorbimento, distribuzione, metabolismo e eliminazione), compresa la probabilità che le particelle attraversino le barriere biologiche, perché la maggior parte è su molecole superiori 10 μm, difficilmente possono essere assimilabili. Per quelle di dimensioni inferiori a 10 μm, potenzialmente in grado di attraversare le barriere biologiche, ad oggi non è possibile fare una stima perché sono oltre i limiti di rilevabilità delle tecniche analitiche attuali.

I limiti delle tecniche analitiche

Secondo uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology , una delle principali tecniche utilizzate, la pirolisi-gascromatografia-spettrometria di massa (Py-GC-MS), ad non è in grado di quantificare polimeri nel sangue come polietilene (PE) e cloruro di polivinile (PVC), due dei polimeri più diffusi. Si tratta di una tecnica di analisi indiretta che si basa sulla pirolisi del campione, riscaldandolo fino a farlo evaporare per analizzarne i prodotti di decomposizione termica. Il problema è che possono essere presenti anche altre molecole che si decompongono in maniera simile al polietilene (PE). Ad esempio, i lipidi, che costituiscono circa il 60% del cervello, con il rischio di falsi positivi.

Cosa fare?

Non sappiamo ancora cosa accade esattamente nell’uomo in seguito all’assunzione di microplastiche, perché quantificarne la presenza nell’organismo e stabilirne i rischi ad oggi resta una sfida. Saranno perciò necessari ulteriori studi per parlare di “rischio sanitario”. L’inquinamento da plastica resta comunque il problema e la priorità del XXI secondo, a causa della difficoltà di smaltimento e i tempi lunghi di degradazione.

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