Sintomi minimizzati, diagnosi ritardate e pazienti che non si sentono ascoltati. Il gaslighting medico può compromettere la fiducia nei professionisti sanitari e l’accesso alle cure.
«Gli esami sono normali. Non hai niente».
Eppure, il dolore continua a esserci. Si torna dal medico, si prova a spiegare quello che si sente, ma la risposta è sempre la stessa: «Sarà stress», «Ti stai impressionando». Fino a quando si comincia a dubitare di sé stessi.
Questo fenomeno si chiama gaslighting medico e può compromettere la relazione medico-paziente, ostacolando l’accesso alle cure. A richiamare l’attenzione sul problema è una recente revisione della letteratura condotta da ricercatori dell’Università di Birmingham e pubblicata su Midwifery. Il lavoro ha esaminato sette studi condotti nel Regno Unito tra il 2005 e il 2024, concentrandosi sulle esperienze delle donne nei servizi di salute riproduttiva, tra cui persone appartenenti alla comunità LGBTQ+, e sul punto di vista dei professionisti sanitari.
Cos’è il gaslighting medico e da dove nasce il termine?
L’espressione gaslighting affonda le radici in uno spettacolo teatrale britannico del 1938, Gas Light, successivamente adattato per il cinema anche in Italia, con il nome di Angoscia (1944). Nella storia, un uomo modifica l’intensità delle luci a gas dell’abitazione. La moglie se ne accorge, ma lui nega sistematicamente, fino a farle dubitare delle proprie percezioni.
Oggi il termine gaslighting è utilizzato per descrivere forme di manipolazione psicologica che inducono una persona a mettere in discussione la propria percezione della realtà. In ambito sanitario, può accadere che sintomi, esperienze o preoccupazioni di un/una paziente vengano ignorati, contraddetti o minimizzati, fino a farlo/a sentire non creduto/a e a rendere più difficile la sua partecipazione attiva al percorso di cura.
E non sempre si tratta di comportamenti intenzionali. Possono subentrare, infatti, anche pregiudizi inconsapevoli, difficoltà comunicative, barriere culturali e il tempo limitato delle visite.

Perché si può incappare nel gaslighting medico?
Le ragioni possono essere diverse. In alcuni casi entra in gioco un atteggiamento di superiorità professionale, o paternalismo medico, che porta a considerare il racconto del paziente meno attendibile rispetto alla propria valutazione.
Può contribuire anche la tendenza a privilegiare parametri clinici oggettivamente misurabili, con il rischio che i sintomi riferiti vengano sottovalutati quando gli esami non evidenziano anomalie. Numerose malattie che presentano infatti sintomi intermittenti, difficili da misurare oppure comuni ad altre condizioni.
Per esempio, avere una diagnosi di fibromialgia, sindrome caratterizzata da dolore cronico diffuso, può richiedere anni. Alcune malattie rare, in Europa presentano tempi che si aggirano intorno ai 5 anni. L’endometriosi, una malattia infiammatoria cronica dovuta alla formazione di tessuto simile all’endometrio al di fuori dell’utero, presenta un ritardo medio di quasi 7 anni. E nell’acromegalia, una malattia endocrina rara causata da un’eccessiva produzione dell’ormone della crescita nell’età adulta, i ritardi oscillano tra i 6 e i 10 anni.
Le disuguaglianze rendono più difficile essere ascoltati
Gli autori della revisione pubblicata su Midwifery ha rilevato che il dolore pelvico e altri disturbi legati alla salute sessuale e riproduttiva sono spesso oggetto di gaslighting medico. In molti casi, le preoccupazioni delle pazienti vengono trattate con atteggiamenti infantilizzanti, anche rispetto a sintomi analoghi riportati dagli uomini, mentre i bisogni emotivi passano in secondo piano.
La relazione medico-paziente è influenzata anche da età e condizioni socioeconomiche, che possono incidere sull’esperienza di assistenza sanitaria. E nel caso di donne appartenenti a minoranze etniche o alla comunità LGBTQ+ possono aggravare il quadro stereotipi, discriminazioni o un’insufficiente preparazione dei professionisti sulle specifiche esigenze di salute.

Il pericolo del gaslighting medico
Quando la fiducia nella relazione terapeutica si deteriora, una persona può diventare meno propensa a raccontare i propri sintomi e ad aderire ai percorsi di cura. La difficoltà nel comprendere le informazioni fornite dal professionista e i possibili trattamenti influisce negativamente sulla capacità di prendere decisioni consapevoli riguardo alla propria salute. Queste esperienze, se ripetute, possono alimentare sfiducia nei confronti dei professionisti sanitari, scoraggiando la ricerca di nuova assistenza o la prosecuzione dei trattamenti.
Il risultato può essere un peggioramento della qualità della vita e, in alcuni casi, degli esiti clinici, con possibili ricadute anche sul Servizio sanitario nazionale (SSN).
La comunicazione è parte della cura, anche secondo la legge
La relazione con il paziente non può ridursi a un questionario da compilare o a una serie di valori da leggere su un referto. Ascoltare, spiegare e coinvolgere la persona nelle decisioni che riguardano la sua salute rappresentano componenti fondamentali dell’assistenza sanitaria.
In Italia, questo principio trova un importante riferimento nella Legge 219 del 2017, che disciplina il consenso informato e valorizza la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico.
La normativa riconosce, in particolare, il diritto della persona a conoscere le proprie condizioni di salute e a ricevere informazioni complete, aggiornate e comprensibili riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefici e ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti proposti, nonché alle possibili alternative e alle conseguenze di un eventuale rifiuto.
