Avete mai provato la sensazione di “perdere la terra sotto i piedi”? È un’immagine che descrive bene l’incertezza con cui soprattutto le nuove generazioni guardano agli effetti della crisi climatica e al futuro del pianeta. Questa preoccupazione che ha un nome e si chiama ecoansia.
Ma l’ecoansia è soltanto una delle possibili declinazioni del rapporto tra cambiamento climatico e salute mentale. Paura, rabbia, senso di impotenza, lutto ecologico e solastalgia fanno parte di quella costellazione di emozioni che il filosofo ambientale Glenn Albrecht ha definito “psicoterratiche”, legate cioè al rapporto tra la psiche e l’ambiente in cui viviamo.

Cambiamento climatico e salute mentale: un legame sempre più studiato
La crescente consapevolezza della crisi climatica si innesta su un quadro della salute mentale globale già fortemente sotto pressione. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), circa un miliardo di persone nel mondo convive con un disturbo mentale. Eppure, le risorse destinate alla salute mentale restano limitate. Secondo le stime sarebbero disponibili circa 13 operatori specializzati ogni 100.000 abitanti. Non solo, una quota della spesa sanitaria pubblica destinata alla salute mentale sarebbe pari ad appena il 2%.
Nella letteratura scientifica sul cambiamento climatico, gli studi dedicati alla salute mentale e al benessere psicosociale hanno iniziato a emergere soprattutto a partire dal 2007.
Come evidenzia il rapporto Mental Health and Climate Change dell’OMS, l’esposizione a eventi meteorologici estremi, inquinamento, scarsità idrica e insicurezza alimentare può avere importanti ripercussioni sulla salute mentale e sul benessere psicosociale.
Gli effetti possono essere sia diretti, come le conseguenze psicologiche di un’alluvione o di un incendio, sia indiretti, come la perdita delle condizioni di sicurezza economica, abitativa e sociale o la preoccupazione per il futuro.

Per esempio, chi ha vissuto un evento meteorologico estremo o subito perdite a esso correlate, come la morte di persone care, la distruzione della propria abitazione o l’interruzione della scuola e del lavoro, può sviluppare sintomi di ansia, depressione o disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Nei casi più gravi possono emergere anche comportamenti suicidari.
E le conseguenze possono aggravarsi in presenza di condizioni di vulnerabilità:
- malattie croniche o disturbi mentali preesistenti;
- povertà e difficoltà economiche;
- precarietà abitativa;
- discriminazioni e marginalizzazione sociale;
- residenza in aree geografiche particolarmente esposte agli effetti del cambiamento climatico, soprattutto nei Paesi del Sud globale.
Dagli incendi al caldo estremo: le origini dell’ecoansia
Una revisione globale di 63 studi sugli incendi boschivi ha rilevato nelle popolazioni esposte una maggiore presenza di disturbo da stress post-traumatico (PTSD), depressione e ansia generalizzata. Tuttavia, le evidenze europee disponibili risultavano limitate: soltanto nove studi provenivano dall’Europa, otto dalla Grecia e uno dalla Spagna.
Anche le temperature elevate sono associate a conseguenze sulla salute mentale. Secondo una revisione sistematica per ogni aumento di 1 °C della temperatura ambiente esterna la mortalità associata a disturbi mentali aumenta del 2,2% e la morbilità dello 0,9%.
L’Italia non è esente da questi fenomeni. Alcune ricerche hanno rilevato un’associazione tra temperature medie mensili più elevate e mortalità per suicidio nella popolazione maschile, soprattutto durante i mesi estivi. È stato osservato che le persone con depressione e altri disturbi mentali presentano un rischio di mortalità significativamente maggiore nelle giornate con temperature intorno ai 30 °C rispetto a quelle intorno ai 20 °C.
Ma oltre alle conseguenze psicologiche degli eventi climatici già vissuti, esiste un’altra dimensione del rapporto tra crisi climatica e salute mentale: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e, soprattutto, di ciò che potrebbe accadere in futuro.
Ecoansia nei giovani: quando la preoccupazione per il futuro diventa disagio
Sempre più studi rilevano tra bambini, adolescenti e giovani adulti una forte preoccupazione per il proprio futuro in relazione alla crisi climatica. In alcuni casi, paura, frustrazione e percezione di non poter fare la differenza possono compromettere il benessere psicologico, la capacità di reagire e alimentare un senso di impotenza.
In un’indagine internazionale condotta su 10.000 giovani tra i 16 e i 25 anni, oltre il 45% dichiarava che i propri sentimenti riguardo al cambiamento climatico influivano negativamente sulla vita quotidiana, mentre il 75% considerava il proprio futuro “spaventoso”.
Una preoccupazione che può anche trasformarsi in mobilitazione collettiva. Nel 2019, centinaia di migliaia di studenti in circa 2.000 città di 123 Paesi lasciarono le aule per protestare contro quella che ritenevano un’insufficiente risposta politica alla crisi climatica. Così nacquero i Fridays for Future.
Ma l’apprensione per il cambiamento climatico non riguarda solo i giovani. Secondo l’ISTAT, nel 2023 i cambiamenti climatici erano al primo posto tra le preoccupazioni ambientali degli italiani: il 58,8% della popolazione dai 14 anni in su, pari a quasi sei persone su dieci, era allarmato per il fenomeno.
Ecoansia in Italia: cosa raccontano oltre 3.600 giovani
Anche in Italia emergono dati sul rapporto tra crisi climatica e benessere psicologico delle nuove generazioni.
Una ricerca condotta dall’Istituto Europeo di Psicotraumatologia e Stress Management per Greenpeace Italia e ReCommon ha coinvolto 3.607 persone tra i 18 e i 35 anni, rilevando che:
- il 41% degli intervistati associava al cambiamento climatico ansia per il futuro;
- il 19% esprimeva rabbia e frustrazione;
- il 16% manifestava impotenza e rassegnazione;
- soltanto l’1% associava alla crisi climatica un senso di responsabilità o di dovere nei confronti del pianeta.
Inoltre, il 44% dichiarava che l’ecoansia aveva inciso sul proprio benessere psicologico quotidiano. Il disagio riferito risultava maggiore tra i giovani residenti nel Sud Italia e nelle isole.
Si tratta di risultati significativi per comprendere le emozioni associate alla crisi climatica, ma che richiedono cautela nell’interpretazione. I dati si basano infatti sulle risposte fornite dai partecipanti e non possono essere automaticamente estesi all’intera popolazione giovanile italiana.
Dall’ecoansia all’azione: il ruolo delle istituzioni
Reagire all’ecoansia significa anche evitare che la consapevolezza di una minaccia reale si trasformi nella convinzione che nulla possa essere fatto. La capacità di reagire non può essere affidata soltanto ai singoli, ma richiede risposte collettive capaci di trasformare la preoccupazione in azioni concrete. Senza interventi strutturali, il rischio è quello di trasferire sulle nuove generazioni la responsabilità di affrontare una crisi che richiede decisioni politiche, economiche e sociali. Ad esempio, in Italia, il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) approvato in ritardo e reso operativo solo sulla carta, non dispone di una dotazione finanziaria propria e dedicata: le risorse necessarie alla sua attuazione devono essere individuate attraverso differenti strumenti nazionali ed europei.
La distanza tra necessità e risorse disponibili resta dunque ampia.

L’Adaptation Gap Report dello United Nations Environment Programme (UNEP) stima che i Paesi in via di sviluppo avranno bisogno di circa 310-365 miliardi di dollari l’anno entro il 2035 per l’adattamento climatico. Una stima che si scontra con un dato reale: nel 2023 i flussi di finanza pubblica internazionale destinati all’adattamento si sono fermati a circa 26 miliardi di dollari. E il divario assume rilevanza maggiore di fronte alle possibili conseguenze sanitarie degli eventi climatici estremi. Secondo il Climate Impact Lab dell’Università di Chicago, uno scenario di forte riscaldamento associato al cosiddetto “Super El Niño” potrebbe comportare circa 451.000 morti aggiuntive nel mondo tra giugno 2026 e febbraio 2027, soprattutto nel Sud globale.
Colmare la distanza tra consapevolezza e capacità di intervento richiede quindi un cambio di rotta, a livello locale e globale. Affrontare l’ecoansia significa anche e soprattutto costruire le condizioni affinché il futuro possa essere percepito come qualcosa su cui è ancora possibile intervenire.
