Il farmaco che ci salva può anche inquinare?
È una domanda scomoda, ma inevitabile. Perché ogni volta che abbiamo un dolore, un’infezione o una malattia, la prima cosa che facciamo è cercare un rimedio. Spesso, un farmaco. Eppure, una volta terminata la sua funzione nel nostro organismo, il suo viaggio non finisce lì, ma prosegue nelle acque reflue, nei fiumi, nei mari. È l’altra faccia della medaglia: l’inquinamento da farmaci.
Tra il 30% e il 60% del principio attivo può essere eliminato attraverso urine e feci, finendo nelle acque reflue. E circa un quarto di questa quota raggiunge corsi d’acqua e ambienti naturali in almeno 89 Paesi, spesso senza trattamenti adeguati. E tra questi c’è anche l’Italia.
I principi attivi più impattanti sono antibiotici, ormoni, antidepressivi e antinfiammatori. Molecole progettate per agire sul corpo umano che, una volta disperse nell’ambiente, possono alterare il comportamento degli animali, interferire con la riproduzione, accumularsi negli ecosistemi e contribuire alla perdita di biodiversità.

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Dalle grandi scoperte al grande paradosso
La storia della medicina, così come il successo stesso della farmacologia moderna, è fortemente connessa alla biodiversità:
- La morfina, cruciale nella terapia del dolore, deriva dal papavero da oppio (Papaver somniferum);
- Il paclitaxel, farmaco di elezione nella chemioterapia, è estratto dal tasso del Pacifico (Taxus brevifolia);
- la digossina – estratta dalla digitale (Digitalis lanata) – e il captopril – derivato dal veleno della vipera brasiliana Bothrops jararaca – sono fondamentali per il trattamento di diverse condizioni, tra cui insufficienze cardiache;
- l’atropina, derivato della belladonna, è fondamentale nella medicina d’urgenza;
Ciascuna scoperta nasce come risposta a un’esigenza intrinsecamente umana: curare le malattie e alleviare il dolore. Il papiro di Ebers, il più famoso documento medico dell’antico Egitto, risalente a oltre 3.500 anni fa, raccomandava infusioni di foglie di mirto per trattare reumatismi e dolori alla schiena. Anche Ippocrate da Kos, considerato il padre della medicina, prescriveva estratti di corteccia di salice come analgesico e antipiretico, perfino per alleviare i dolori del parto. Una scoperta, quella della salicina, che permise di sintetizzare nell’Ottocento uno dei farmaci più conosciuti e utilizzati della storia: l’acido acetil-salicilico (l’aspirina). Poi ci fu Alexander Fleming, che per un caso fortuito (quello che in gergo si definisce “serendipidy“) scoprì che una muffa, Penicillium notatum, aveva inibito la crescita batterica, scoprendo il primo antibiotico naturale.
Inquinamento da farmaci: il nocciolo del problema
È negli anni ’90 che emergono le prime evidenze scientifiche sugli effetti ambientali dei farmaci. Uno studio del Ministero britannico dell’Agricoltura, Pesca e Alimentazione osservò fenomeni di femminilizzazione nei pesci nei pressi di impianti di depurazione. Gli animali risultavano esposti a sostanze estrogeniche capaci di alterare la produzione di vitellogenina, una proteina fondamentale per lo sviluppo embrionale. Un segnale allarmante: molecole progettate per agire sul corpo umano stavano interferendo anche con gli equilibri biologici degli ecosistemi acquatici.
Da allora, la lista degli effetti osservati si è allungata. Gli antibiotici possono favorire lo sviluppo della resistenza antimicrobica; gli antidepressivi alterare il comportamento dei pesci; gli ormoni interferire con la riproduzione animale; gli antinfiammatori accumularsi negli ecosistemi e contribuire alla perdita di biodiversità.

Antibiotico-resistenza: il caso scuola
Ed è proprio la resistenza antibiotica a rappresentare uno degli esempi più emblematici di come il problema non sia soltanto clinico, ma anche ambientale. Nei primi anni 2000, uno studio pubblicato sul Journal of Hazardous Materials documentò concentrazioni eccezionalmente elevate di antibiotici negli effluenti industriali provenienti da impianti di trattamento delle acque reflue. Su 59 farmaci analizzati, 11 erano presenti a livelli superiori ai 100 μg/L, quando le concentrazioni di queste molecole normalmente dovrebbero essere inferiori a 1 μg/L. Tra questi, la ciprofloxacina mostrava un carico di scarico pari a circa 45 kg al giorno: l’equivalente dell’intero consumo della Svezia in cinque giorni.
Fu uno dei primi studi a dimostrare che gli impianti di produzione farmaceutica potevano rilasciare quantità considerevoli di principi attivi nell’ambiente acquatico. Ma soprattutto mise in evidenza un altro aspetto cruciale: i batteri presenti nelle acque reflue, esposti a dosi crescenti di antibiotici, possono evolvere per diventare immuni all’effetto di questi farmaci, sviluppando resistenze potenzialmente trasmissibili anche all’uomo.
E in Italia?
Anche in Italia l’nquinamento da farmaci non è più un fenomeno marginale. Le analisi delle acque condotte lungo il territorio nazionale mostrano una contaminazione diffusa, soprattutto nei pressi degli impianti di depurazione, nelle aree urbane e nei contesti agricoli.
Un recente studio dell’Università di Bologna e dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha integrato dati provenienti da OsMed, il database dell’AIFA che monitora consumi e prescrizioni di farmaci in Italia, e indicatori di tossicità ecologica, analizzando i farmaci più prescritti e ad alta tossicità per gli ecosistemi acquatici. 13 farmaci su 90 sono risultati ad alto rischio ambientale, tra cui betabloccanti (olmesartan, lacidipina), antibiotici (amoxicillina, azitromicina, ofloxacina), antidepressivi (venlafaxina, sertralina) e antiparassitari (permetrina, atovaquone). 23 molecole sono state classificati come a rischio moderato.
In altre parole, oltre un terzo presenta un rischio ambientale significativo. E non è uguale ovunque.
Il Centro Italia emerge come area più critica, mentre Centro e Sud mostrano un maggiore consumo di antibiotici e antimicotici. Nel Nord, invece, prevale l’uso di ormoni a scopo contraccettivo.
Secondo l’Istituto Superiore di Protezione Ambientale (ISPRA) le concentrazioni di antinfiammatori come il diclofenac superano i 600 nanogrammi per litro (ng/L) e fino a 400 e 200 ng/L, rispettivamente, per azitromicina e claritromicina. Un dato che mostra anche una marcata stagionalità, con picchi nei mesi invernali legati all’aumento delle prescrizioni.
Verso una visione d’insieme: UN EVENTO PER PARLARE DI INQUINAMENTO DA FARMACI
Comprendere l’impatto ambientale dei farmaci significa ripensare il nostro rapporto con la medicina, con la prescrizione e con lo smaltimento delle molecole che utilizziamo ogni giorno. Una sfida che coinvolge ricerca, sanità pubblica, industria farmaceutica e cittadini.
Per questo ho deciso di organizzare, insieme alla Società Italiana di Farmacologia (SIF) e a all’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE) un incontro aperto al pubblico dedicato al legame tra farmaci, ambiente e antibiotico-resistenza il 21 maggio, alle ore 16.00, presso il Dipartimento di Farmacia dell’Università Federico II di Napoli.
📍 21 maggio 2026 – Dipartimento di Farmacia, Università Federico II di Napoli
📩 Per informazioni: info@spicchidiscienza.it
