Terre rare: l’oro del secolo

Smartphone, schermi TV, turbine eoliche, automobili elettriche e perfino sistemi missilistici e caccia F-35. Le terre rare, un gruppo di metalli e minerali cruciali per il progresso tecnologico e la transizione ecologica, sono diventate un fattore trainante dell’economia globale. Ma il fabbisogno della maggior parte dei paesi è ancora scarso a causa della loro diffusione sul Pianeta in basse concentrazioni, insieme alle difficoltà legate alla loro estrazione e raffinazione.

E non solo: questi processi possono segnare una ferita profonda negli ecosistemi acquatici come, ad esempio, in Myanmar, dove le ditte cinesi fanno ampio uso di arsenico – il modo più semplice ed economico per l’estrazione.

Quanto sono richieste

Secondo il rapporto Metals for Clean Energy commissionato da Eurometaux – l’associazione che rappresenta l’industria europea dei metalli non ferrosi (alluminio, rame, zinco, ecc.) – la domanda aumenterà del 500% entro il 2050: la transizione energetica in Europa richiederà ogni anno il 33% in più di alluminio, il 35% in più di rame, il 45% in più di silicio e il 100 % in più di nichel. La domanda di cobalto e litio supererà, rispettivamente, il 330% e il 3500%. I paesi leader nella produzione e raffinazione di terre rare ad oggi sono Cina, Stati Uniti, Australia, India, Russia, Vietnam e Malaysia. Solo in Cina viene estratto oltre il 60% delle terre rare e ne viene lavorato circa il 90%. Al di fuori del Dragone rosso, in questo momento la Groenlandia sembra essere uno dei posti più promettenti al mondo per l’estrazione di questi materiali (di cui parleremo nel prossimo articolo).

Terre rare: quali impatti?

I giacimenti di terre rare sono problematici sotto diversi punti di vista, per esempio a causa di mineralizzazioni complesse, basse concentrazioni e presenza di elementi radioattivi come il torio. Dall’estrazione alla purificazione, le sostanze attraversano una serie di passaggi che coinvolgono tecnologie complesse e sostanze chimiche potenzialmente nocive per l’uomo e l’ambiente. L’impiego, necessario, di acidi e solventi organici provoca infatti:

  • Aumento delle emissioni di gas serra a causa del consumo elevato di energia, spesso proveniente da fonti fossili (si stima che la lavorazione di una tonnellata di metalli delle terre rare produca circa 2.000 tonnellate di rifiuti tossici!);
  • Inquinamento delle acque e danneggiamento degli ecosistemi acquatici;
  • Distruzione degli habitat e perdita di biodiversità.

I costi sociali e climatici di alcune delle terre rare più richieste

Cobalto (80%) e silicio (77%) sono prodotti soprattutto in paesi con punteggio basso per i diritti umani, seguiti da nichel (31%), rame (28%), alluminio (19%) e litio (14%). Sul fronte della scarsità d’acqua, invece, tre quarti del litio sono prodotti in paesi a rischio medio-alto. Seguono rame (38,5%) e alluminio (35%) e, infine, nichel (9%), cobalto (5,5%) e silicio (3,5%). Se guardiamo alla biodiversità, il cobalto, ancora una volta, impatta per l’80%, seguito da nichel (54%), rame (20%), alluminio (17%), silicio (7%), litio (2%).

Grafico elaborato dai dati del Rapporto Metals for Clean Energy

Emissioni e rifiuti rilasciati

Analizzando il rilascio di gas climalteranti, in particolare di biossido di carbonio (CO₂), derivanti dai processi produttivi, il nichel e il litio si collocano in cima, con emissioni dalle 18 alle 69 tonnellate di CO₂ per ogni tonnellata (tCO₂/t) nel primo caso e dalle 3,5 alle 22,5 in base alla tipologia. Seguono l’alluminio, con 18 tCO₂/t, cobalto (da 5 a 38 tCO₂/t in base alla tipologia, silicio (11 tCO₂/t)e rame (4,8 tCO₂/t).

Grafico elaborato dai dati del Rapporto Metals for Clean Energy

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